La mia esperienza dell’aikido

L’aikido ha rappresentato la mia energia distruttiva che diventava costruttiva e creativa. “Il mondo continuerà a cambiare profondamente, ma la lotta e la guerra possono distruggerci in modo totale. Ciò di cui abbiamo bisogno sono tecniche di armonia e non di contrasto. C’è bisogno dell’Arte della Pace, non dell’Arte della Guerra.”

 “L’Aikido dovrebbe essere inteso solo come l’arte marziale dell’Amore” (Morihei Ueshiba). Per me l’aikido è stato il crogiuolo che mi ha permesso di trasformarmi e che, inoltre mi ha dato quel minimo di disciplina necessario per consentirmi di procedere sulla mia strada.
Trasformazione significa passare dall’esperienza della separazione all’esperienza dell’unificazione e dalla distruttività del marzialismo alla creatività costruttiva dell’amorevolezza. Solo se si riesce ad attuare questa trasformazione la pratica dell’aikido ha un senso, altrimenti è meglio non farlo.
Nel mio caso questo processo di trasformazione è iniziato quando ho deciso di fare praticare l’aikido ai miei pazienti tossicodipendenti e, quindi, ho aperto un dojo di aikido nel contesto del Servizio Tossicodipendenze della ASL 4 di Enna. Mi sono, allora, accorto che l’aikido per diventare terapia doveva essere modificato ed adattato alle esigenze dell’utenza. Questo è stato il primo passo che mi ha portato a creare prima l’aikido-terapia ( vedi cap.11) e, poi, l’aiki-training. Il passaggio dal primo al secondo si è verificato quando ho compreso che il mio lavoro doveva essere dato a tutti e funzionare anche come elemento di prevenzione di vari disagi psichici. Questa comprensione è diventata realtà, però, solo quando, dentro di me, ho trovato l’elemento femminile in grado di equilibrare il guerriero (maschile) evocato dall’aikido. L’ Amore è stato, quindi il primo elemento che ha dato il via a questo processo di trasformazione.

 Questo elemento è stato, ovviamente, ispirato da una presenza femminile, la mia amata compagna, che ha contribuito non poco alla creazione dell’aiki-training. La disciplina è il secondo elemento che consente di iniziare e proseguire il proprio processo di crescita. L’aikido, come ogni arte marziale, è molto utile, in questo contesto in quanto stimola l’acquisizione di un livello superiore di attenzione verso gli eventi della vita e facilità la riscoperta di abilità particolari e di doti psicofisiche che, altrimenti, rimangono latenti ed inespresse. Bisogna, però, capire un punto di fondamentale importanza: qual è il fine di tutto ciò? Perché sto facendo questo? La disciplina non serve per imparare una serie di tecniche abbastanza micidiali e raffinate utili per neutralizzare un ipotetico attacco di un possibile avversario, la disciplina serve esclusivamente per imparare il governo di sé. Questo è un elemento fondamentale che differenzia l’aikido dall’aiki-training. Nell’aiki-training (A.T.) non si parla di efficacia o di efficienza nel contesto del movimento. L’armonia, come qualità, viene semplicemente evocata, vissuta, realizzata, sperimentata, esattamente nel momento in cui, nel dojo, si scopre che questa è un retaggio, individuale e collettivo, ineliminabile, di ogni essere umano il quale potrebbe spendere tutta la sua vita per ritrovare una primigenia pace interiore che genera, appunto, armonia e benessere. Questa comprensione si manifesta in un momento preciso, in un luogo sacro (la palestra) che chiamiamo dojo in giapponese e la disciplina regola e ordina questa scoperta, prolungandola ed amplificandola a piacimento. La scoperta dell’armonia è come una sorta di illuminazione (samadhi in sanscrito o satori in giapponese) determinata dalla pratica disciplinata dell’aikido, vissuto come arte della pace interiore.



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