La signorina Carol era una cara e simpatica vecchietta. Era una donna alta, minuta e asciutta: il fisico ancora integro e atletico. Solo il volto, pieno di rughe, non celava la sua età, ma esprimeva i tratti di una soave gentilezza. Abitava in una villetta un po’ isolata, posta proprio in cima ad una collina, le cui pareti bianche si confondevano con il candido nitore dei crisantemi coltivati tutto intorno alla sua casa. Il suo giardino era pieno solo di crisantemi bianchi, formavano una distesa che, vista da lontano, poteva sembrare un campo da sci o una candida coltre, posta vicino la casa, a dare conforto e un senso di purezza, di candore o, forse a proteggere, magicamente, la casa.
La sua villetta, aveva all’interno spazi ampi, pochi mobili, esprimeva la ricerca del vuoto mentale, emanava un senso di profonda serenità, esaltata anche da due olmi bonsai, molto vecchi, posti sul pavimento, vicino l’ingresso e coltivati da Carol con infinito amore.
Carol era insegnante di yoga ma amava e praticava anche altre, varie, discipline; alcune segrete e non ben note neppure dai suoi amici più intimi e fidati. Sappiamo soltanto che a volte spariva per lunghi viaggi. Non si sa dove andasse e perché e, inoltre, regolarmente si incontrava con alcuni misteriosi individui con i quali praticava discipline esoteriche nel piano superiore della sua villa.
Quel giorno si trovava nel grande salone rosa della sua casa, erano quasi le 22, stava finendo i suoi esercizi di hata yoga, una musica, dolce e suadente, cullava le sue orecchie, la melodia del sitar, incalzante, elettrica, irrorava le sue vene con un raga velato di antiche e magiche vibrazioni.
La posizione del guerriero era una delle sue preferite: la faceva sentire forte, pregna di una energia arcaica che attraversava e vivificava il suo corpo e la sua anima.
Sentì suonare il campanello della porta, si alzò lentamente e, con passo leggero e felpato, si volse verso l’uscio. Chiese chi è: una voce maschile, rotta dall’emozione e dalla paura le chiese di aprire perché si era verificato da poco un incidente automobilistico la vicino e qualcuno aveva bisogno di aiuto. Carol non ricordava di avere sentito nulla che potesse fare riferimento ad un incidente automobilistico, né uno schianto, né una frenata, ma pensò, che la musica e il suo essere assorta nella meditazione potevano averla resa sorda ai rumori esterni.
Carol aprì la porta lentamente, senza togliere la catenella che bloccava l’ingresso, immediatamente un sottile bastone si infilò nello spazio fra la porta e lo stipite e tolse la catenella. Una poderosa spinta aprì la porta e cinque giovani si introdussero con violenza nella casa. Carol fu spinta a terra, cadde rovinosamente. I cinque giovani entrarono sghignazzando, uno di loro si scagliò su Carol, la prese per le ascelle e la gettò sul divano, quindi tirò fuori un lungo e acuminato coltello che poggiò risolutamente con la lama affilata sulla gola di Carol e, guardandola negli occhi con uno sguardo carico di violenza, disse:
“Vecchia puttana se ti muovi ti facciamo fare la fine di Janette. Ora stai ferma e forse ne uscirai viva.”
Mentre diceva questo gli altri rovistavano tutto alla ricerca di preziosi, senza riguardo alcuno, ma, uno di loro, quello che sembrava il capo si volse verso quello con il coltello e, in preda ad un accesso di ira incontrollabile si scagliò verso di lui sferrandogli un pugno nello stomaco. Questi cadde contorcendosi.
“Imbecille, maledetto stronzo” disse ” cosa hai detto! Ci hai fatto scoprire, non sai tenere chiusa la tua bocca?”
“Scusa Siryus non lo faccio più” disse, gemendo per il dolore.
Carol era inebetita, sorpresa da quella aggressione violenta e selvaggia.
Si trovava sul divano, rannicchiata in una posizione fetale, ma la sua mente cominciava a svegliarsi. In un attimo capì che quei giovani la avrebbero uccisa, come avevano fatto con Janette alcuni mesi prima. Janette era la sua allieva prediletta. Giovane, bella piena di vita, era stata violentata e uccisa, ma prima di ucciderla, con un colpo di pugnale al cuore, si erano divertiti a cavarle gli occhi e, poi, a tagliarle la lingua per non farla urlare troppo.
Carol non era soltanto una donna praticante di yoga, ma da molti anni era avvezza in un arte marziale giapponese, occulta e micidiale, che poteva essere insegnata solo segretamente.
Lei aveva scoperto quest’arte praticando, in Giappone, lo yoga del buddismo shingon e il maestro Wuanikaburo Yoshitomo le aveva fatto giurare che non la avrebbe mai resa pubblica.
Forse era il caso, adesso, di applicare quest’arte.
Il capo prese in mano il lungo pugnale e si diresse verso Carol, ma uno dei tre lo fermò e gli disse: “Dai non è male, anche se è una vecchia gallina, forse ci potremmo divertire lo stesso prima di ammazzarla.” Il capo disse: ”Tu sei solo un depravato, questa vecchia non ce la facciamo, a me fa schifo, mi ricorda mia nonna, solo un porco come te può pensare queste cose. Questa non è come Janette: con quella si che ci siamo divertiti, ti ricordi come urlava? Ma questa no! Questa la ammazzo subito, ma come dico io!”
Così dicendo pose il pugnale a terra e si volse verso una scultura. Era un lingam proveniente dall’India. Una scultura d’avorio, lunga circa 40 cm. a forma di fallo.
I quattro si fermarono a guardare, attratti morbosamente, il loro capo prese il lingam con due mani, si diresse verso Carol, sollevò la scultura, pronto per colpire e disse:
“Voi quattro prendetela e allargatele le cosce, adesso la faremo godere veramente!”
I quattro si diressero verso Carol che si trovava ancora rannicchiata sul divano color crema, ma prima che loro arrivassero lei riuscì ad alzarsi, rivelando una insospettabile agilità, e si diresse verso il pugnale che era stato posto a terra poco prima e lo impugnò decisamente con la sua mano destra.
Rimase ferma, in piedi, davanti ai cinque, più divertiti che sorpresi, con il pugnale in mano. Carol fece roteare il pugnale in modo che la lama fosse coperta dall’avambraccio. Era visibile solo il manico del pugnale che emergeva dal pugno della mano serrata. Il più stupido dei cinque si diresse verso di lei per disarmarla. Quello che sembrava il capo urlò: “Fermati, la vecchia sa usare il pugnale.”
Non arrivò a salvarlo.
Lo stupido si diresse verso la mano di Carol ma non riuscì a prenderla.
Due colpi furono sufficienti, entrambi al livello della vena giugulare destra dello stupido, il primo da destra a sinistra, il secondo, roteando il polso, da sinistra a destra.
Una croce di sangue si stagliò sotto il mento dell’uomo. Il sangue iniziò a uscire a fiotti copiosi, macchiando di rosso il divano e il pavimento. Lo stupido si accasciò cercando di trattenere il sangue con la mano. La giugulare era stata lesa seriamente. Era già pallido. Iniziò a rantolare. Stava morendo lentamente.
“Cretino ti avevo detto di fermarti” disse il capo.
Gli altri tre rimasti si volsero verso il giovane, cercando di soccorrerlo.
Uno di loro disse:
“Ma che hai fatto lo hai ammazzato. Maledetta troia!”
Il capo, in preda ad una furia incontenibile si scagliò verso Carol riuscendo a disarmarla con un calcio alla mano che teneva il pugnale.
Carol non rimase ferma. La perdita del pugnale non le diede preoccupazione. Sapeva cosa fare. La sua mente adesso era lucida. Una calma improvvisa e assoluta la pervase.
Prima che i quattro si scagliassero contro di lei e prima che il capo potesse impossessarsi del pugnale, Carol era già salita al piano di sopra dove era riposta la Ko-Ken.
Era una delle ultime spade da samurai costruite e forgiate dai maestri spadari giapponesi. Wuanikaburo Yoshitomo la aveva donata a lei. Il suo valore era inestimabile, la sua lama era affilatissima, poteva tagliare in due un uomo. Non era mai stata usata da nessuno come arma da combattimento.
I quattro stavano per salire le scale per inseguirla, ma una visione mistica e terrificante li bloccò. Carol era in cima alla scala e brandiva il Ko-Ken secondo uno stile antico e potente. Lo sguardo era fiammeggiante e freddo contemporaneamente, come la lama della spada.
I quattro si fermarono, mentre il quinto, ancora vivo implorava aiuto.
Indietreggiarono, mentre Carol scendeva lentamente brandendo la spada con una mano.
Uno dei quattro, dalla corporatura massiccia e robusta, disse:
“Che cazzo, abbiamo paura di una vecchia di settanta anni! Vi faccio vedere io come si fa!” e dicendo così si scagliò contro Carol che, nel frattempo aveva sceso le scale e si trovava a circa dieci metri da loro.
L’uomo aveva in mano un altro coltello, dalla lama un po’ più piccola rispetto al primo, che sollevò sulla sua testa, con la mano destra, per conficcarlo nel corpo della vecchia.
Carol attese con calma, abbassò la guardia, la lama della spada sfiorava il pavimento, era completamente priva di difesa. Il coltello arrivò, con la furia e la rabbia della vendetta, a dieci centimetri dal suo petto, era veloce come la saetta, il ragazzo robusto sapeva che lo avrebbe affondato nel petto della donna.
Ma così non fu.
Carol si spostò velocissima, sulla destra quel tanto che bastava per evitare il colpo, Il ragazzo perse l’equilibrio a causa della sua foga, non trovando il petto della donna. In compenso si ritrovò la lama della spada di Carol che penetrò per cinque centimetri nel suo addome e ne uscì immediatamente. Quel tanto che bastava per recidere l’aorta ascendente di netto. Il ragazzo morì subito, senza un rantolo e senza un lamento.
I tre delinquenti rimasti erano inebetiti, bloccati dalla paura. Anche il capo si rese conto che quella vecchietta non era così debole e indifesa come sembrava.
“Scappiamo.” Disse “Lasciamo quel cretino e andiamo via” Si riferiva all’altro ragazzo ancora vivo e a terra.
I tre andarono verso la porta ma la trovarono chiusa, come chiuse erano le altre aperture e tutte le finestre.
“Non vi ho detto che, quando sono salita sopra ho chiuso, dalla centralina elettronica, tutte le porte e le finestre, adesso dovete vedervela con me e sappiate che non ho intenzione di lasciarvi vivi. Sapete, io non sono come quella poverina di Janette che avete ammazzato; io ho solo qualche anno in più e so usare molto bene la spada, come avete visto.” Disse Carol.
I tre cominciarono ad avere veramente paura, si strinsero vicino. Quello che sembrava il capo comprese che insieme avrebbero potuto sopraffarla e disse:
“Okay ragazzi è solo una vecchia che sa usare bene la spada, ma noi siamo tre e cazzuti, forza, prendiamola tutti insieme.”
Così dicendo si avvicinò verso la vecchia risolutamente. Non si rese conto di essere solo: gli altri due erano rimasti indietro, indecisi, forse bloccati dalla paura. Si fermò, volse la testa indietro e li vide fermi: “Ma che fate! Avanti! Cazzo!”
Non ebbe il tempo di volgere lo sguardo nuovamente verso Carol, perché la sua spada mordeva, inarrestabile, la pelle della sua gola e saettava morbida recidendo il collo di netto. La sua testa cadde a terra, emettendo un rumore sinistro e cupo. Il suo corpo rimase per un attimo, stranamente in piedi e, quindi, cadde con un tonfo, flottando sul sangue che scorreva e si allargava, creando una pozza rosso vermiglio. Un odore pungente di morte e di energia versata si allargò nell’aria e raggiunse le narici di Carol che aspirò quest’odore facendosene possedere. Carol, ormai, era inarrestabile, quasi inebriata. Questi due uomini sopravvissuti, due assassini, erano alla sua mercè e non sentiva dentro di se alcuna pietà, ma neppure ira. La sua calma era assoluta.
I due non ebbero scampo. Tentarono di rintanarsi o di scappare. Uno dei due si nascose sotto un pesante tavolo di mogano che la spada di Carol trapassò senza difficoltà assieme al suo cuore.
L’ultimo sopravvissuto tentò di salire la scala verso il piano superiore. Carol sapeva di non poterlo raggiungere. Focalizzò la sua mente sulla testa dell’uomo e lanciò la sua spada che vi si conficcò, restandone infissa. L’uomo cadde senza un gemito.
Carol rimase ferma in piedi e guardò attorno a sé. Un uomo era ancora vivo, quello che aveva colpito col pugnale. Carol si avvicinò a lui, prese il pugnale. Guardò negli occhi l’uomo, erano vitrei, il suo colorito era pallidissimo, aveva perso molto sangue. Lui era ancora cosciente. Ebbe la forza di balbettare “pietà”. Carol completò la sua opera con un altro taglio a croce sulla giugulare sinistra e disse fra se e se : ”Mai lasciare a metà un lavoro.”
Carol guardò attorno nella stanza; c’era sangue dappertutto, una confusione indescrivibile. Pensò che avrebbe dovuto dare una paga extra alla sua cameriera per fare pulire tutto.
Mentre era assorta nei suoi pensieri, due colpi di pistola echeggiarono nella stanza. La porta d’ingresso si aprì di schianto, la serratura, colpita da due pallottole, andò in pezzi. Un uomo molto alto e robusto entrò nella casa, aveva una pistola nella mano sinistra e un fucile a pompa nella destra. La luce della stanza era intensa, ne illuminava il volto, freddo e deciso, il viso incorniciato da una barba incolta, gli occhi neri e piccoli, il respiro ansimante. Si guardò attorno: vide tutto e capì cosa era successo. Ripose la pistola nella cintura dietro i pantaloni e imbracciò il fucile a pompa con due mani. Camminò risoluto verso Carol che era rimasta ferma, impietrita o forse imperturbabile .
“Sei stata tu? Complimenti hai fatto fuori cinque coglioni. Sai pensavo di doverlo fare io, questi cinque stronzi mi stavano sul cazzo, ammazzavano senza motivo, erano sadici e si facevano di crack come pazzi.”
Dicendo questo si era avvicinato ancora di più alla donna.
“Sei stata forte, chi lo potrebbe sospettare. Una vecchietta gracile e indifesa come te. Quasi quasi ti assumo invece di ammazzarti. Ma sai c’è una cosa che devo dirti: questi cinque stronzi erano amici miei!”
Dicendo questo urlò così forte che fece tremare i mobili della casa.
“…e uno di loro era anche mio fratello!” Urlò ancora.
“Sai penso che tu adesso non puoi scappare, la spada è ancora sopra, conficcata nella testa di Solimano e tu non potrai prenderla, non hai armi in mano e io adesso sono a cinque centimetri dalla tua pancia e il fucile a pompa spara tanti pallettoni e buca tutto nel raggio di un metro. Preparati a morire, vecchia troia.”
“C’è una cosa che ancora non hai fatto” disse Carol, interrompendo il monologo dell’uomo.
“E che cosa?” rispose lui incuriosito.
“Non hai ancora caricato il fucile a pompa, imbecille.”.
“Ti accontento subito”
L’uomo iniziò immediatamente a caricare il fucile, ma facendo questo dovette indietreggiare di qualche centimetro e perdere una frazione di secondo, dando il tempo a Carol di spostarsi nel lato esterno del fucile, bloccare la mano destra dell’uomo con la sua mano sinistra e, piegando il polso dell’ uomo con la destra, rivolgere la punta della canna dell’arma verso la pancia del suo assalitore. Carol, facendo questo, premette contemporaneamente il grilletto. Il tutto avvenne in un decimo di secondo! Il suo movimento fu perfetto, il suo maestro sarebbe stato contento. Lo sparo rintronò per tutta la casa. L’uomo venne proiettato sulla parete dietro di lui, a circa tre metri, le sue viscere si sparsero per la stanza, il suo sangue imbrattò il viso di Carol.
“ E poi ricordati mai avvicinarsi troppo con un arma da fuoco ad una praticante di daito riu aiki budo che si allena da 30 anni prevedendo di affrontare una situazione come questa.”
L’uomo scivolò, sul pavimento, lentamente, dalla parete dove era stato spiaccicato, lasciando una stria rossa di sangue e qualche traccia biancastra di budella o forse di qualcosa d’altro.® Proprietà letteraria riservata. Vietata ogni riproduzione anche parziale della presente opera.